IVAN TRINKO 

TRINKO Ivan – Zamejski, fautore della conservazione delle peculiarità etniche e culturali della Slavia Veneta, poeta, scrittore, traduttore, linguista, pittore, compositore, professore di filosofia, “padre degli sloveni della Benecia,” nato il 25 gennaio 1863 a Tercimonte nella famiglia  “pri Piernovih”, ivi morto il 26 giugno 1954.

Quarto di due figli e tre figlie (di cui Terezija fu religiosa a Brescia e vi morì). Il padre Anton (1826-1905), piccolo possidente, la madre Marija Golob (1828-1904), casalinga (vedi genealogia in Trinkov koledar 1973).

Frequentò la scuola in lingua italiana a Iellina sotto Tercimonte, sua maestra fu Roza Koren (1870-73), nativa delle Valli; su consiglio del cappellano Valentin Domenis il padre lo iscrisse alle elementari di Cividale (1873-75); già alla fine del primo anno si distinse tanto da meritarsi una medaglia d’oro. Dopo le elementari entrò nel Seminario Arcivescovile di Udine (1875), articolato in un ginnasio-liceo classico e in un seminario vero e proprio. Studente modello saltò la prima classe del liceo diplomandosi nel 1882. Compì gli studi seminariali in quattro anni e celebrò la Prima messa il 21 giugno 1886 a Tercimonte. Per l’occasione gli dedicarono e stamparono tre poesie. Già prima della consacrazione aveva prestato il servizio militare di leva di durata ridotta a Padova, poi rimase al Seminario di Udine sino al pensionamento nel 1942, poiché i suoi superiori gli avevano chiesto di proseguire gli studi e di ricoprire una cattedra d’insegnamento al Ginnasio arcivescovile.

Fu così che Trinko divenne prefetto seminariale, dedicandosi pure per tre anni agli studi di filosofia e delle lingue russa, polacca e ceca.

Nel suo curriculum di studi filosofici a suo tempo non fu chiaro presso quale Università avesse studiato. In occasione della sua prima elezione nel Consiglio Provinciale di Udine La Patria del Friuli  scrisse che aveva studiato “a Vienna e altrove”.  Anche Pasquale Gujon parla di  “una laurea in filosofia”. Il professore Aldo Moretti del Seminario di Udine, il professore Marino Qualizza e il parroco Božo Zuanella ritengono invece che Trinko non avesse compiuto  studi filosofici all’Università perché ciò dal Seminario udinese, istituzione privata, non veniva richiesto a tutti gli insegnanti, essendo all’epoca l’unico criterio di valutazione la capacità professionale e l’irreprensibilità religiosa. (Lettera dello Zuanella del 24 gennaio 1989). In questo periodo fu pure prefetto, perciò approfondì gli studi da solo. Sui suoi indirizzi filosofici influì soprattutto il pensatore friulano Giovanni Battista De Giorgio, che aveva pubblicato nel 1861-62 l’opera  Institutiones philosophicae ad mentem divi Thomae tironum usui… Di lui Trinko parlò e scrisse.

Nel 1889 Trinko divenne professore di latino e italiano alle medie inferiori, dopo l’esame di abilitazione anche di matematica e scienze naturali. Nel 1894 ricoprì la cattedra di filosofia al liceo che mantenne poi sino al 1942, nel tempo libero insegnò agli studenti della Benecia lo sloveno letterario. Prima della disfatta di Caporetto e dell’occupazione del Friuli nell’ottobre 1917, Trinko spostò il Collegio Nobili Dimesse, di cui era direttore, da Udine a Padova, poi a Firenze, rimanendovi fino alla fine della guerra. Nel frattempo nella sua casa di Udine i soldati distrussero molti libri e manoscritti. Nel 1942 a Udine fu investito da un militare in bicicletta. Dopo essere stato dimesso dall’ospedale rinunciò all’insegnamento tornando a Tercimonte; visse presso i nipoti nella casa ai piedi del paese, alla cui costruzione aveva contribuito nel 1930.

Qui aveva una stanza e una sua cappella personale, camminava aiutandosi con il bastone, si dedicava alla lettura e allo studio, ricevendo gli amici, e vi rimase sino alla morte.

Gli studi di Trinko furono tutti in lingua italiana; già alle medie si cimentò con i compagni a comporre poesie in italiano, dimostrando anche più tardi una versificazione elegante. Il dialetto sloveno e il senso di appartenenza alla comunità slovena gli vennero inculcati nell’ambiente familiare.  “A casa si parlava sempre lo sloveno, i miei genitori erano abbonati ai libri della Mohorjeva družba (Sodalizio di S. Ermacora), leggevano molto, io invece no, non capivo lo sloveno letterario e leggevo sempre cose in italiano ” (intervista con il prof. J. Peterlin del gennaio 1953 per la RAI TrstA in occasione dei suoi 90 anni; pubblicato in: Trinkov koledar 1985, pp.41-51).

Ad Alojzij Res spiegò più precisamente come avesse affrontato il primo libro in sloveno: “Nella quarta classe del ginnasio, durante le vacanze, presi in mano un racconto della Mohorjeva Mati dobrega sveta (La madre del Buon Consiglio), se ben ricordo, e lo lessi con un accanito impegno per ben sei volte, sino a comprenderlo bene” (Čas 1923, ristampato in Trinkov koledar 1985, pp.31-40).

Autore del racconto il sacerdote Jernej Dolžan, titolo per esteso Mati Božja dobrega sveta ali bratovska ljubezen (La madre di Dio del Buon Consiglio  ovvero l’amore fraterno), sottotitolo Povest iz časov turških bojev konec XVI. stoletja (Racconto dei tempi delle guerre turche della fine del XVI° secolo), edito dalla Družba svetega Mohorja a Klagenfurt nel 1868, pp.120. Si tratta di una struggente vicenda di bambini slavi catturati dai turchi, dei loro patimenti e della fortunata liberazione (vedi Izvestje, Trieste 1968, pp. 14-15).

Durante le vacanze lo aiutò la madre, poi lesse in seminario, anche durante le lezioni. Ribadì nuovamente di aver imparato lo sloveno da solo “senza maestro, senza una grammatica, senza vocabolario, in barba agli ostacoli di coloro che volevano impedirmelo” (Lettera a Levec del 7 febbraio 1884). Ma sia lui stesso che altri studenti beneciani beneficiarono delle esortazioni del parroco e poeta Peter Podreka (vedi: Slovenski primorski bibliografski leksikon III, pp. 37-38), che prestò loro i libri.

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